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Antonella Sugameli

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Chi Sono

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La relazione come scambio e dono

26/06/2025 00:16

Antonella Sugameli

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La relazione come scambio e dono

In questo articolo vi racconto come la relazione sia la vera chiave dell’apprendimento e della crescita umana, dentro e fuori dall'aula.

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Non ci si legge da un pò ma seppur con una certa lentezza arrivo. Il 2024/2025 è stato completamente assorbito dal corso di specializzazione per le attività di sostegno e questo articolo nasce da un’esperienza concreta e che volevo condividere: il tirocinio svolto presso l’Istituto Don Colletto nella sede distaccata di Marineo (Palermo) e la tesi a chiusura del percorso. Ma come ogni germoglio, anche il pensiero qui contenuto ha messo radici anni fa, leggendo le parole intense di Erica Francesca Poli e ascoltando i suoi interventi su You Tube, in particolare quelli che intrecciano neuroscienze e affettività. Le sue parole si sono sedimentate in me, premendo per essere approfondite.

A queste riflessioni si sono unite poi immagini e voci provenienti dalla letteratura, con le figure di Edmond Dantès e dell’Abate Faria, simboli di fiducia educativa e rinascita interiore; dalla realtà, la relazione per esempio tra Tiziano Terzani e sua moglie Angela Terzani Staude, fatta di profondissima complicità intellettuale ed emotiva; dal cinema, il film Anna dei miracoli mi ha insegnato che ogni barriera può essere attraversata se c’è qualcuno disposto a spingersi oltre.

Da questi mondi nasce il desiderio di raccontare come la relazione, più di qualsiasi tecnica, sappia educare, trasformare, guarire. Vediamoli da vicino.

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L'essere è relazione: educare è un atto d'amore

 

In un tempo in cui le parole corrono veloci e i rapporti si fanno sempre più virtuali, la relazione — quella autentica, fatta di ascolto, presenza e sguardi che sanno accogliere — torna ad assumere un valore rivoluzionario. La mia esperienza formativa, culminata con il TFA per il sostegno presso l'Università di Palermo, mi ha condotta a un'evidenza semplice e potente: non esiste strumento educativo più trasformativo della relazione umana.

Educare, in fondo, è un atto profondamente relazionale. Ce lo insegnano le neuroscienze, che mostrano quanto il nostro cervello sia plasmato sin dalla vita prenatale dalle emozioni e dalla qualità degli scambi affettivi. Lo ricorda anche Erica Francesca Poli, quando afferma che siamo "l’amore con cui il nostro connettoma è stato cresciuto". Ogni carezza, ogni parola, ogni gesto che riceviamo ha il potere di incidere nella nostra fisiologia profonda, orientando la nostra capacità di apprendere, di crescere, di esistere.

Ma non sono solo le scienze a raccontarci questo. Lo fanno anche la letteratura e il cinema, da Anna dei miracoli a Frodo Baggins e Sam Gamgee protagonisti del romanzo Il signore degli anelli di J. R. R. Tolkien, da Avatar con quell'indimenticabile “io ti vedo” pronunciato da Neytiri a Jack Sully, dal lungometraggio Detachment in cui Henry Barthes (interpretato dal fantasmagorico Adrien Brody), professore precario in una scuola della periferia americana riesce a instaurare un legame con i suoi alunni attraverso la sua disarmante umanità che permette al simile di conoscere il suo simile: “io conosco la tua rabbia (…) ”. Ogni grande storia ha al centro un legame trasformativo, un incontro in grado di aprire mondi, di svelare potenzialità nascoste. Scrive Tiziano Terzani nel libro Un altro giro di giostra: ”A volte anche solo una parola, un gesto, possono bastare a far cambiare direzione a una vita e tanti, tanti, specie tra i giovani cercano quest'occasione". Come ho potuto sperimentare personalmente durante la mia esperienza di tirocinio, dove un gesto d’ascolto o uno sguardo si è rivelato efficace quanto una strategia didattica.

La didattica inclusiva, allora, non è solo una tecnica, né una lista di strumenti da applicare. È un modo di stare nel mondo insieme agli altri, un'etica della presenza. È il coraggio di costruire una scuola dove ogni persona, a partire dalla sua unicità, è una storia da leggere con attenzione e rispetto. La scuola è una libreria umana.

E nell’atto di guardare l’altro, vediamo anche noi stessi da angolazioni nuove, più vere (persona non significa solo “maschera” ma anche “colui che sta di fronte” torna ancora la vista come strumento di conoscenza il che ci riporta alla filosofia indiana, ma questa è un'altra storia). “L'altro mi guarda da dove io non vedo” scrive su Instagram la docente Eleonora Orsi. 

In questo senso, l'insegnante di sostegno non è solo un tecnico della didattica speciale, ma un custode e promotore della reciprocità. È colui che non si chiede solo “come far apprendere”, ma soprattutto: “quale tipo di incontro posso favorire, oggi e domani, che faccia sentire questa persona parte viva del mondo scolastico ed extrascolastico?”.

Come afferma Vanno Boffo, docente ordinario di Pedagogia generale e sociale all'Università di Firenze, nel termine comunicazione c'è la parola latina munus: la relazione, come ogni dono autentico anela alla reciprocità e la reciprocità produce cambiamento.

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Educare non significa riempire teste, ma risvegliare essenze

Il docente, soprattutto quello di sostegno, è guida e complice nel percorso di scoperta dell’altro. Da Vygotskij a Rogers, da Bowlby a Freire, le voci della pedagogia ci confermano che l’apprendimento nasce nell’incontro. Lo testimonia la storia di Helen Keller e Anne Sullivan: dietro ogni traguardo cognitivo, c’è una relazione che vede prima ancora di capire. Perché imparare non è solo un processo intellettivo, è un atto di fiducia. La scena in cui Helen Keller comprende il significato della parola “acqua” è uno dei momenti più potenti e simbolici della storia dell’educazione. Non è solo un episodio biografico, ma un vero e proprio archetipo del passaggio dalla percezione confusa alla coscienza linguistica, dalla chiusura al mondo, all’apertura verso quel mondo.

Helen Keller — cieca e sorda dall’infanzia — vive in un universo privo di significati condivisi. Quando la sua istitutrice Anne Sullivan le fa sentire l’acqua scorrere tra le dita, mentre le traccia il segno della parola “water” sulla mano, avviene una rivelazione: Helen comprende che ogni gesto ha un nome, ogni cosa un significante a cui è associato un significato. È quello il momento in cui il linguaggio si accende e con esso la possibilità di pensare, ricordare, immaginare. È un battesimo simbolico, come sottolineano anche alcune letture teatrali e religiose della scena: l’acqua diventa segno di rinascita, di accesso a una nuova vita fatta di relazione e significato dove la relazione è il senso.

Quel gesto, apparentemente semplice, è in realtà un atto di fiducia reciproca: Anne crede nella possibilità di comunicare, Helen si affida a quel contatto. E proprio in quell’istante, il mondo si apre.

In questo senso, la parola “acqua” non è solo un nome: è la chiave che apre la porta dell’intersoggettività. È il primo ponte tra due mondi, il primo passo verso l'incontro tra due anime. E ci ricorda che ogni apprendimento significativo nasce da un piccolo gesto a volte, ma che sa vedere oltre.

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Imparare insieme, crescere meglio

L’inclusione non è un insieme di strategie preconfezionate, ma un processo dinamico che si costruisce nel tempo, attraverso l’ascolto attivo e la capacità di leggere i bisogni — spesso non detti — di ciascun alunno. Come sottolineano le teorie dell’apprendimento cooperativo, ogni studente porta con sé un bagaglio unico di emozioni, esperienze e stili cognitivi. Per questo, l’efficacia di un metodo non risiede nella sua rigidità, ma nella sua personalizzabilità.

Durante il tirocinio, ho osservato come un cambiamento metodologico — se non accompagnato da un’attenzione profonda al vissuto emotivo dell’alunno — può generare frustrazione e smarrimento. Questo accade perché l’apprendimento nasce solo quando lo studente si sente visto, accolto, riconosciuto. La motivazione non si impone: si coltiva, si cura come insegna Don Milani. 

La cooperazione tra scuola e famiglia è un altro pilastro imprescindibile. Quando le scelte educative vengono condivise, discusse e costruite insieme, si crea una rete di sostegno che protegge lo studente da interventi disarmonici o percepiti come imposti. È in questo dialogo che si può trovare il giusto equilibrio tra esigenze didattiche e bisogni affettivi.

In sintesi, l’inclusione non è solo un obiettivo, ma una postura educativa: è la capacità di abitare la complessità con empatia e creatività. E ogni volta che un docente si chiede: “cosa serve davvero a questa persona per sentirsi parte del mondo?”, forse sta già costruendo una scuola più giusta. Quella che se posso immaginarla allora è possibile.

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Partecipazione, cooperazione e corresponsabilità

Non è questa la sede per approfondire questo argomento, di cui parlo già nella tesi, ma un accenno è doveroso. Le leggi sull’autonomia scolastica e la corresponsabilità ci ricordano che educare è un patto collettivo. Ogni alunno, ogni docente, ogni genitore ha un ruolo nella costruzione di un ambiente accogliente. La partecipazione non è una formalità, ma una risorsa per coltivare il senso di appartenenza. Come dice Haruki Murakami, senza immaginazione non può nascere la responsabilità: è solo mettendoci nei panni dell’altro che costruiamo relazioni capaci di generare futuro. Eppure, troppo spesso, la corresponsabilità resta una parola dimenticata nei documenti programmatici, e l’autonomia si traduce in solitudine operativa. È tempo di restituire alla scuola il suo respiro corale, di ricordare che ogni gesto educativo ha un’eco che supera la singola aula. Perché dove manca il senso di comunità, resta solo l’efficienza sterile; dove manca la relazione, l’apprendimento si svuota. Non basta includere: occorre appartenere, sentirsi parte di una rete più ampia - quella che Tiziano Terzani chiama interbeing counsciousness - occorre immaginare insieme. E questa è una responsabilità che chiama in causa ognuno di noi.

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